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L'angelo della peste

L'anjë dlä pèstë

Dimostrazione di lavoro del
laboratorio permanente di ricerca teatrale di Salbertrand

Il video su YouTube,
pubblicato dal Cesdomeo

"Il bacillo della peste non muore né scompare mai, può restare per decine,
centinaia di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, aspetta
pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce.
Forse verrà giorno in cui, per sventura o per incoscienza degli uomini, la peste sveglierà i suoi topi,
scavando gallerie nelle viscere delle montagne per mandarli a morire in una valle felice"
(Ispirato a A. Camus)

Il Laboratorio Permanente di Ricerca Teatrale di Salbertrand presenta il suo terzo lavoro, dopo Santi Bestie Maniscalchi (2004) e Bestië (2005), ispirandosi all'iconografia dei santi protettori invocati contro la peste, alla storia, ai testi letterari di Lucrezio, Boccaccio, Manzoni, Camus, Artaud, Lafontaine, ai riti della morte della nostra tradizione, alle musiche e alle danze popolari e domandandosi in quale forma possa oggi presentarsi una nuova peste.

Con la partecipazione di:
Nicolò Abbà
Francesca Armocida
Eliana Blanc
Roberta Borgatta
Arianna Cibonfa
Enrico Cibonfa
Gianfranco Joannas
Emanuela Lecis
Luca Meyer
Roberto Micali
Barbara Patria
Monica Re
Odilia Rossa
Nadia Ruffa
Renato Sibille
Giorgio Sigot
Patrizia Spadaro

Regia di:
Renato Sibille

Musiche:
Silvia Euron,
Daniele Contardo,
Alberto Dotta

Voce:
Simone Del Savio

Costumi:
Barbara Patria
Serafina Perron Cabus
Nadia Ruffa
Renato Sibille


Le foto della dimostrazione di lavoro



NOTE STORICHE

La peste nera giunge nel 1348 nella Valle di Susa, provenendo da Oriente, attraverso un lungo viaggio e, come in tutta Europa, miete migliaia di vittime riducendo a circa metà la popolazione. Partito qualche anno prima dalla lontana Cina, il morbo viaggia portato dalle pulci dei topi nascosti nei carichi dei mercanti, nelle stive delle navi che approdano al porto di Marsiglia o attraverso pellegrini contaminati dalla malattia che ritornano dalla Terra Santa. A questa del Trecento, la più terribile delle pestilenze, ne seguiranno molte altre. Solo nell'Ottocento, il medico svizzero Alexandr Yersin scoprirà il bacillo e la sua via di propagazione attraverso i ratti. Diversi contagi prenderanno il nome di peste nel corso della storia e molti mali verranno di volta in volta definiti la nuova peste, ultimi l'AIDS e la SARS.

La Chiesa si scaglierà sempre contro la dissolutezza dei costumi e dirà che il morbo è frutto della collera di Dio. Si proibiranno i "balli inhonesti provocantes Deum ad iram". Si cercheranno e perseguiteranno gli untori incolpando chi risulta in qualche modo scomodo (Ebrei, Valdesi, mendicanti ecc.). Tra questi godono spesso di cattiva fama gli attori girovaghi, San Carlo Borromeo, vescovo di Milano, giungerà a maledire i comici dell'arte che dovranno riparare alla corte di Francia. Egli dirà: «Le rappresentazioni sceniche e mascherate sono lontane dalle regole di vita cristiana; da esse, come da un semenzaio, escono tutti i delitti e le azioni turpi, convengono con i costumi pagani, sono state inventate dalla furbizia del diavolo e vanno con ogni sforzo sterminate dal popolo cristiano».

I monatti sono incaricati di raccogliere i cadaveri e di trasportarli con i carri fuori dai villaggi per seppellirli in fosse comuni. Si chiudono le porte delle città e vengono predisposti cordoni sanitari; nessuno può più entrare o uscire. Si fugge nei boschi e sui monti per salvarsi dal male, ma il male lo si porta dentro, addosso, nelle proprie carni ed esplode in bubboni marci di pus sotto le ascelle e all'inguine. I medici sono impotenti e provano rimedi di ogni tipo dalle erbe, alla chirurgia, ai salassi, alle fumigazioni, agli intrugli di code di rospo e lingue di serpente. Indossano strane maschere con lunghi nasi dove vengono poste essenze credute miracolose e si consiglia di bruciare rami di ginepro e di portare mazzetti di ruta, menta ed erbe varie.

Tutto viene bruciato o disinfettato con la calce, le chiese vedono così sparire i meravigliosi cicli di affreschi che le ornano. Non resta che invocare la protezione dei santi. La peste del 1630 viene attestata per la prima volta nella nostra valle proprio qui a Salbertrand, secondo gli studi della maestra Clelia Baccon, con un'annotazione sui registri parrocchiali che riporta "Peste et morbo subitaneo" per il decesso di una donna già nel novembre 1629. A partire da questo momento la popolazione della valle sarà decimata.

 

I TESTI DELLE CANZONI DELLA DIMOSTRAZIONE DI LAVORO

Lä pèstë

Lä pèstë i l'î ribà.
L'î icì vängü a nu prannë.

Lä pèstë i l'î ribà.
Lä samblë k'î vo pa atandë.

Lä lh'anaré pa tan
a nu cuntajâ.
Lä lh'anaré pa tan.

Lä mor i l'î ribà.
L'î jo u l'indà dlä portë.

Lä mor i l'î ribà.
O këllë movèzë sortë.



Iöir lä vänt s'escapà,
sans beicà än aréir.
Iöir lä vänt s'escapà.

Lä pèstë i l'î ribà.
Anà a sunà ël préirë.

Lä pèstë i l'î ribà.
Caran k'lä s'po pa créirë.

Lä vänt brülâ ël bütin.
Anà äntarâ lu mor.
Äd curs sarà lä portë.

Lä mor, lä pèstë, lä mor.
Son son

Son son vené vittë vittë
Son son vené vittë don.

Mun bé pecì vurí durmí
e la son vo pa vení.

Son son vené vittë vittë
Son son vené vittë don

Eveillez vous

Eveillez vous gens qui dormez,
petits et grands écoutez nous.
Quand la morte viens le tan est court,
autant la nuit comment le jour.
Si vous avez des ennemies
pardonne les par cas de nous.
Si vous tardez vous avez tort
peut être  demain vous serez morts.

 

IL VIDEO DE "L'ANGELO DELLA PESTE" PARTECIPA AL PIEMONTE MOVIE 2009

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